
Un bel giorno del 2004 mi trovavo a Niamey, nell’ Africa occidentale, a sud del deserto del Sahara.
Stavo rientrando verso casa quando la mia attenzione è stata richiamata dal pianto di un piccolo proveniente dall’interno di un cortile.
Sono entrato; il bimbo, avrà avuto due o tre anni, non di più, era seduto a terra con un panno e la mamma lo stava accarezzando.
Il padre era il guardiano di quella casa in cui viveva un europeo che lavorava da qualche parte in quella città.
La casa era molto bella, abbagliata dal sole cocente, bianca, contornata da un pò di verde ma soprattutto da tanta sabbia rossa, sabbia portata dall’harmattan, il vento del deserto che soffia in quei paesi tra gennaio e febbraio e che deposita in ogni dove granellini di sabbia rossa.
Per inciso a volte mi svegliavo al mattino e sui mobili vedevo la lieve coltre di sabbia rossa che la notte vi si era appoggiata sopra.
Avvicinandomi alla mamma e al piccolo bambino mi accorsi che lì vicino erano distese altre tre o quattro persone.
Il viso del bimbo era pieno zeppo di mosche; i suoi occhioni erano luccicanti di lacrime; ho cercato istintivamente di scacciare le mosche con le mani; niente, come nulla fosse successo, quasi che gli animaletti fossero appiccicati con la colla a quel viso.
Credevo piangesse per quello; in realtà i lacrimoni erano lacrimoni di capricci, i capricci che fanno i bambini di tutto il mondo, per qualcosa che voleva e non gli veniva dato.
Il bambino viveva il suo tempo e non vedeva nulla più in là di quel momento.
Quello che importava era la gratificazione immediata di ciò che voleva o desiderava…e quel desiderio e quel pianto andavano addirittura a sconfiggere e a far dimenticare la tortura che quelle piccolissime e dannatissime mosche portavano al suo viso.
Non dimenticherò mai quella scena, quel bambino e quelle mosche.
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