Hai mai sentito nominare Shizuka Arakawa?
E’ la vincitrice della medaglia d’oro nel pattinaggio artistico ai giochi olimpici invernali del 2006 a Torino. ![]()
Perchè te la nomino?
Perchè te ne parlo?
Beh, Shizuka nel 2006, al momento della sua medaglia d’oro, aveva ventiquattro anni. Si allenava da quando ne aveva cinque.
Immagino tu sappia che, per vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi, è necessario un’esecuzione perfetta di movimenti che la maggior parte di noi ritiene impossibile.
La figura affrontata da Arakawa si chiamava “laybach Ina Bauer” e consisteva nel “piegarsi in due all’indietro con i piedi puntati in direzioni opposte e prelude a una combinazione di tre salti”.
E’ evidente che perfezionare figure di questo tipo necessita di esercizio, esercizio e innumerevoli quantità di cadute e scivolate, direi moltissime cadute e moltissime scivolate.
Ad Arakawa erano serviti diciannove anni per arrivare a svolgere con incredibile perfezione quell’esercizio.
E qua arrivo al punto che mi preme sottolineare.
Studi ed analisi dimostrano che pattinatori non bravissimi tendevano a passare molto tempo a impegnarsi e a lavorare su esercizi che già riuscivano a fare.
Viceversa pattinatori eccellenti, al massimo livello, e qui inseriamo ovviamente la nostra Shizuka, si allenavano a eseguire i salti che non riuscivano a fare o, meglio, che potevano apparire impossibili.
Ora ricordati quando da piccolo o da grande hai provato a pattinare sul ghiaccio. Immaginati una caduta, non tanto violenta, ma con una bella botta sul sedere.
Immagina Shizuka che cade facendo salti su salti decine di migliaia di volte.
Nel pattinaggio cadere significa prendere botte tremende su un ghiaccio duro e freddo. ![]()
La medaglia d’oro di Arakawa, la sua gloria olimpica, l’adorazione della sua gente è “costata” migliaia e migliaia di cadute sul suo “posteriore”.
La storia ha profondi e meravigliosi insegnamenti; contiene in sè germi di grandezza e di raggiungimento di risultati.
La domanda che però mi pongo è questa, forse memore anche delle mie giovanili esperienze calcistiche.
Perchè sottoporsi a così tanto sacrificio per un qualcosa e una ricompensa che è lontana molti anni?
E’ una domanda, un interrogativo estremamente profondo, che va a toccare quello che le persone decidono di fare di sè e della propria vita.
E’ una domanda che inerisce alla passione che nasce dal più profondo di sè e che va a toccare le corde più elevate della motivazione personale.
La risposta può non essere raggiungibile, può non essere compresa, può non essere trovata.
Può toccare i temi della psicologia, sprofondare in luoghi inaccessibili alla nostra mente razionale.
Già, da dove arriva la passione? Da dove proviene?
Qual’è il motivo ultimo per cui molti dei grandi della vita o dello sport sono disposti a pagare il prezzo che devono pagare?
Noi tendenzialmente vediamo solo l’aspetto ultimo, l’aspetto della vittoria, della popolarità, della “medaglia d’oro”, ma tutto quello che c’è prima, tutte le botte violentissime sul ghiaccio freddo e duro, chi riesce a spiegarlo questo?
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Ciao Roberto, a proposito di passione, mi capita anche di pensarci in termini di “motivazione”, come mi pare che sia lo spunto di questo post interessante e anche molto suggestivo.
A volte la “mancanza di motivazione” diventa una scusa per procrastinare o per crogiolarsi in un fallimento – a volte invece sentiamo una passione e una motivazione sempre crescenti, che danno corso apparentemente inesauribile ai nostri talenti. “Quid ergo?” E che dunque?
Forse la “chiave” della motivazione è nell’apprendere che vale la pena impegnarsi in qualcosa, provare, esercitarsi nell’eccellenza, cominciando non importa tanto da quale strada, perché è in questo esercizio che il miracolo della passione ci permette di sperimentare gioie e soddisfazioni che altrimenti non sapremmo nemmeno immaginare. Ma dobbiamo cominciare a “fare”. Quel che diremo sarà “non ti posso spiegare da dove mi viene la mia passione, ma l’accetto come un dono; te ne mostro i risultati; e imparo come coltivarla”.
E poi, a chi ci ascolta: “se vuoi, possiamo impararlo insieme”.
Quanta energia e determinazione in questo post!
Tutto bellissimo, MA (
)non mi trovo d’accordo sull’uso della parola “sacrificio”. Parola la cui etimologia indica qualcosa di molto importante e molto potente (fare sacro, rendere sacro, che poi diventa: offrire a dio), ma che nella nostra cultura significa essenzialmente sofferenza ed espiazione.
Non mi piace questo uso della parola sacrificio perché penso che nella passione e nel fare le cose con e per passione, le famose botte non siano sofferenza, ma facciano parte della sfida e del fascino di quel che si fa.
Quando lavoravo in azienda – e facevo un lavoro che amavo moltissimo – il bello non era quando andava tutto liscio: quella era noiosa routine, che non richiedeva la necessità di “cimentarsi”.
Il bello era quando il contratto era difficile da chiudere, il prodotto doveva essere perfezionato, o i clienti diffidavano delle novità che si stavano per lanciare.
Ora che mi occupo di coaching per chi vuole attrarre la persona giusta, so benissimo che chi è convinto di non avere problemi e rifiuta di porsi domande su di sé otterrà ben pochi risultati dalla vita e vivrà senza passioni. Chi invece si mette in gioco, mi chiede di “fare” e di “lavorare” su di sé ed è disposto ad affrontare crisi personali, scopre la passione, in tutti i sensi.
Quando la passione che provi per qualcosa diventa il tuo pensiero dominante,la tua ossessione allora è possibile raggiungere livelli eccellenti. Puoi sapere come fare,infatti ti alleni ogni giorno per più ore al giorno, ma non sai bene quando la vita ti restituirà il tuo sogno di gloria e di vittoria. Magari dopo 19 anni… Ma per chi vive questo tipo di esperienza è certamente importante arrivare a raggiungere i risultati prefissati, ma è forse ancora più importante vivere in quel senso e basta. Perché diventa la tua unica ragione di vita, costi quel che costi. E’il piacere che si prova facendo quelle cose, perché è come se non ci fosse più differenza fra il sogno che hai in testa e la tua vita. Sogno e realtà si fondono, diventano la stessa cosa, perché hai un’ossessione, appunto. Per ossessione non intendo qualcosa di negativo: se ci pensi bene tutti coloro che raggiungono livelli altissimi nel proprio settore e mi riferisco in particolare a filosofi, scienziati, artisti, imprenditori, politici e sportivi hanno la loro ossessione, il loro pensiero dominante. E per questa loro idea danno se stessi completamente. Il movente non è semplice….sarebbe interessante conoscere il parere di uno psicologo, ma mi viene da pensare che dietro a questo bisogno di onnipotenza si nasconda una sorta di malessere che chiede un riscatto….
Grazie per la splendida opportunità di riflessione che mi hai dato. Monica